Il dolore italiano dei cinesi di Roma
Un drappo nero e uno bianco, le fotografie di un padre e della sua bambina, i giardini di Piazza Vittorio, uno striscione bilingue con scritto “no alla violenza, sì alla sicurezza”. E poi qualche migliaio di persone, davvero tante, che sfilano per le strade di Roma con le candele e i fiori bianchi in mano per ricordare Zhou Zeng, il commerciante cinese ucciso con la figlioletta Joy qualche giorno fa in un tentativo di rapina.
19 AGO 20

Un drappo nero e uno bianco, le fotografie di un padre e della sua bambina, i giardini di Piazza Vittorio, uno striscione bilingue con scritto “no alla violenza, sì alla sicurezza”. E poi qualche migliaio di persone, davvero tante, che sfilano per le strade di Roma con le candele e i fiori bianchi in mano per ricordare Zhou Zeng, il commerciante cinese ucciso con la figlioletta Joy qualche giorno fa in un tentativo di rapina. Un caso di cronaca nera che ha suscitato più di un dubbio sulle condizioni di sicurezza della capitale, con in più l’alone per definizione “problematico” del contesto etnico (multietnico, se è vero che gli assassini sono stati identificati in pregiudicati di origine maghrebina) a far da cornice a un fatto di sangue particolarmente cruento.
Invece, certo non a sorpresa ma senz’altro in modo significativo, la fiaccolata di ieri indetta dalle diciotto comunità cinesi che vivono a Roma ha mostrato, oltre ai segni di una grande compostezza e di solidarietà, un sentimento sincero di appartenenza alla città intesa come “comunità più ampia”, svelando, forse per la prima volta in modo così evidente e percepibile, il volto positivo di una comunità numerosa e molto più integrata nel tessuto urbano di quanto di solito si sospetti. Per antonomasia riservati e discreti, i cinesi d’Italia sono spesso considerati invisibili, separati, dunque minacciosi. Invece ieri a Roma, esprimendo con dignità il loro dolore e chiedendo nient’altro che sicurezza e giustizia, hanno mostrato un grado di integrazione e un senso di partecipazione alla vita del “loro” quartiere Esquilino, ma non solo, inediti. Non era andata così qualche anno fa a Milano, ad esempio, quando nella storica Chinatown di via Paolo Sarpi erano divampati scontri violenti tra forze dell’ordine e cittadini cinesi, seguiti nei giorni successivi da aspre polemiche tra i rappresentanti della comunità e le autorità. Ci volle tempo per ricucire lo strappo etnico e normalizzare i rapporti con la città. A Roma, in una situazione ben più grave come un duplice omicidio e in risposta al dolore e alla violenza, la comunità cinese si è presentata col suo abito migliore.
Invece, certo non a sorpresa ma senz’altro in modo significativo, la fiaccolata di ieri indetta dalle diciotto comunità cinesi che vivono a Roma ha mostrato, oltre ai segni di una grande compostezza e di solidarietà, un sentimento sincero di appartenenza alla città intesa come “comunità più ampia”, svelando, forse per la prima volta in modo così evidente e percepibile, il volto positivo di una comunità numerosa e molto più integrata nel tessuto urbano di quanto di solito si sospetti. Per antonomasia riservati e discreti, i cinesi d’Italia sono spesso considerati invisibili, separati, dunque minacciosi. Invece ieri a Roma, esprimendo con dignità il loro dolore e chiedendo nient’altro che sicurezza e giustizia, hanno mostrato un grado di integrazione e un senso di partecipazione alla vita del “loro” quartiere Esquilino, ma non solo, inediti. Non era andata così qualche anno fa a Milano, ad esempio, quando nella storica Chinatown di via Paolo Sarpi erano divampati scontri violenti tra forze dell’ordine e cittadini cinesi, seguiti nei giorni successivi da aspre polemiche tra i rappresentanti della comunità e le autorità. Ci volle tempo per ricucire lo strappo etnico e normalizzare i rapporti con la città. A Roma, in una situazione ben più grave come un duplice omicidio e in risposta al dolore e alla violenza, la comunità cinese si è presentata col suo abito migliore.